La Montagna Sacra agli uomini e alla natura

18.07.2017 | 0 commentaires

Guardava Courmayeur dalla piattaforma della funivia del Bianco, a Punta Helbronner: «E’ 40 anni che non vengo qui. Incredibile per uno come me, vero?». Walter Bonatti inedito perché commosso, in mezzo alla montagna che aveva eletto a sua «casa», indica le cime, poi l’imbocco del traforo: «Prima la funivia, poi il tunnel e questa enorme barriera, confine invalicabile ai più, diventa passaggio. Un massiccio che ci unisce. Per noi europei il Monte Bianco è la montagna sacra. Sa che faccio? Gli grido un evviva e lo voglio sempre uguale anche se è cambiato, come me, come tutti. Ogni punto dove poso gli occhi per me è un ricordo, anche pensando a quanto ha costruito l’uomo, funivia e tunnel». Bonatti è e rimarrà l’unico cittadino del Monte Bianco: lo diventò nel 2010. Salì in funivia per compiere alcune fra le grandi imprese alpinistiche e passò nel traforo per raggiungere uno dei luoghi di Francia dove raccontare la sua storia di uomo del verticale e dell’avventura.

Il 16 luglio 1965 quello che allora era il traforo stradale più lungo al mondo venne inaugurato dai presidenti Giuseppe Saragat e Charles De Gaulle. Tre giorni dopo transitava la prima auto nella «montagna sacra d’Europa», secondo la definizione di Bonatti, che proprio in quell’inverno aveva concluso la sua vita di alpinista estremo sulla parete Nord del Cervino. Da un simbolo all’altro. L’alpinismo come compagno di viaggio, anche nelle più ardite costruzioni, sia per la funivia sia per il traforo. E fra i primi presidenti della società francese del tunnel ci fu anche Maurice Herzog, il primo uomo ad aver lasciato la sua impronta su un Ottomila, l’Annapurna: era il 3 giugno 1950 e con lui c’era Louis Lachenal. Domani il tunnel del Bianco compie 52 anni. «Niente cerimonie, ci sono troppi dolori, non è il momento. Ma è quello delle idee e la nostra Europa sta soffrendo una crisi profonda», dice Riccardo Sessa, presidente della società italiano del traforo del Bianco. Ambasciatore a Belgrado, Teheran, Pechino e alla Nato, Sessa aggiunge: «Ho speso la vita a unire i popoli, qui sono a capo di una struttura che ha unito due grandi Paesi e con essi l’intero continente. È il momento di creare un osservatorio che coniughi significati diversi, storico, geografico, economico e politico, culturale e alpinistico, simbolico. Perché noi abbiamo l’enorme responsabilità di poter disfare l’Europa e allora fermiamoci a pensare. Questo tunnel fu rivoluzionario e ci fa dire soprattutto ai giovani: “Siate coraggiosi, osate, proseguite su questa strada”». Niente compleanni, ma la possibilità di un viaggio in quattro filmati via Internet (fino al 19 luglio), cliccando 16 luglio su www.traforomontebianco.it. Uno è dedicato al rogo del 1999, in cui morirono 39 persone. Un’altra svolta: da allora cambiò l’intera sicurezza e le norme europee dei trafori stradali.

Il messaggio rivolto ai giovani è attraverso l’Osservatorio («Abbia la lentezza riflessiva del salire una vetta», dice Sessa) e la «montagna sacra» Monte Bianco, al centro dell’idea di far diventare l’alpinismo patrimonio Unesco. Indicazione che fu già di Bonatti: «Privilegiate l’uomo. Ascoltatevi, durante ogni impresa, piccola o grande, sentirete tutta l’umanità».

LA STAMPA, DOMENICA 16 LUGLIO 2017

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